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venerdì 27 gennaio 2012

27 gennaio 2012: Giorno della Memoria

A volte abbiamo bisogno di sentire più volte lo stesso racconto per poterlo interiorizzare e renderlo parte della nostra storia, della nostra consapevolezza, del nostro modo di vivere. Oggi ricordiamo la Shoah, quella che molti chiamano olocausto, altri sterminio o eccidio; il mondo civile dovrebbe chiamarlo vergogna e il riferimento va certamente esteso alle esperienze dei nostri giorni.

Viene voglia di soffermarsi e riflettere con obiettività sul giorno della memoria e immaginare, pur senza averlo vissuto, il ricordo di un evento esecrabile, come in un film, anche se il film termina la propria influenza non appena fuori dalla sala, pur lasciando indelebili alcune immagini.

“La Shoah è un tragedia che non si deve mai dimenticare e la nostra Costituzione è un baluardo che dobbiamo portare come uno scudo - ha detto il ministro dell'Interno, Annamaria Cancellieri - Con la Shoah si è andati comunque al di là della legge divina e di quella del cuore”.

Ricordando, sembra di assistere all’inimmaginabile farsi realtà, all’impensabile divenire ideologia nefasta e deviazione intellettiva che lascia con il fiato spezzato, alla fratellanza come ad una opportunità per lasciare nella storia degli uomini il segno di una grandezza folle. Certo gli Stati sono sovrani, ma gli uomini non hanno nessun diritto di reprimere i loro simili per una dannata ricerca del potere, destinata quasi sempre a finire nel sangue.

Occorre sempre pensare alla maggioranza degli uomini, e mai agli interessi di pochi. Pensare al come sia possibile che un sistema politico possa degenerare al punto da voler distruggere intere popolazioni che pur hanno legittimato lo stesso sistema politico per regolare i propri bisogni; concittadini di una medesima patria.

L’esperienza delle celebrazioni per il 150° della Unità d’Italia ha evidenziato quanto difficile e grande sia la costruzione del senso dell’appartenenza ad una nazione unita e indivisibile. Abbiamo vissuto la epifania della cittadinanza e della italianità che si spera possa emergere nella sua forma più bella nel corso degli anni prossimi, come sempre è stato attestato a livello di preziosa individualità e inimitabile bellezza dell’ambiente.

Allora la crisi è politica, cioè della persona preposta alla cosa pubblica? La popolazione aumenta demograficamente giorno dopo giorno, e la stessa si fa carico della gestione delle sue cose e dei suoi ordinamenti andando a contribuire, con parte consistente del proprio reddito e delle proprie sofferenze al solo fine di stare bene, forse meglio, almeno di vivere in maniera equa e regolare, soprattutto dentro la legalità. La gente dona al loro rappresentante pubblico la speranza di un impegno primario per la guida collettiva, fatta salva quella personale per la quale pur occorre saggezza e considerazione del denaro, oculatezza e capacità di discernimento, rispetto continuo per il prossimo; quell’impegno primario non può essere ritenuto una cambiale in bianco, ma deve tradursi costantemente in beneficio collettivo ed essere verificato sulla base della onestà, regolarità, discernimento oculato per poter essere mantenuto fino alla fine dell’incarico temporale. La fiducia non può mai essere incondizionata, ma continuamente verificata sulla base della legge morale e del rispetto dei propri simili. Le popolazioni hanno vissuto e vivono continuamente repressioni di questo genere, per nulla accettabili, per fortuna, da parte della comunità internazionale che dovrebbe essere sempre vigile e attenta, come lo è, allo svolgersi negativo e irregolare dell’impegno politico e amministrativo all’interno di una nazione qualsiasi dove la brama di potere viene assimilata alla stessa devastazione fisica e psicologica.

Il cittadino, allora, rimane l’unico baluardo della legalità e della giustizia, del rispetto e della osservazione dell’andamento della cosa pubblica; al cittadino è demandato il dovere di verificare continuamente e con accortezza la tenuta leale della politica, ma non solo, visto che i sistemi sono spesso integrati negativamente quando viene meno il concetto basilare di rispetto della persona. Si dice che la persona umana viene prima della legge! E’ vero, ma deve essere vero anche il fatto che la formazione viene prima del diritto. Le difficoltà del nuovo millennio sono tutte da verificare e da svolgere all’interno di nuovi canali formativi e conoscitivi affinché possano emergere nuove competenze per vincere la sfida lanciata dai tempi moderni. Credo sia giunto il momento di guardare oltre; forse di guardare a noi stessi per poter far rinascere dalle ceneri dell’olocausto, ma non solo, l’anima vera e forte di un mondo che non può permettersi di fermarsi di fronte ad una pistola o ad un carro armato. Dio ha creato l’uomo per dare gloria e senso all’universo. La morte, se è al tempo stesso resurrezione, deve poter continuare a dare energie nuove e forza di vita che deve inondare la singola persona dentro la quale si nasconde e viene custodita la speranza di riuscita di tutte le cose. Possiamo possedere la bomba atomica, possiamo anche possedere l’automobile più bella e più costosa congiuntamente ad un portafogli stracolmo, ma rimane da guardare con distacco alla nullità dell’uomo di fronte all’improprio utilizzo della ricerca come all’inutile utilizzo dell’effimero. La preziosità dell’uomo la si deve ricercare nella propria formazione e nell’uso della ragione per il suo bene e quello collettivo.

In questo senso sembra essersi posto il Presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche Renzo Gattegna, il quale ha osservato come l'Italia debba essere “orgogliosa per la legge Mancino contro la discriminazione e per quella che istituisce il Giorno della memoria. Non sono - ha sottolineato - leggi che guardano al passato, ma al futuro, perché puntano ad educare i giovani”. Quanto alle famigerate leggi del 1938, ha rilevato inoltre Gattegna, “io le definisco razziste, non razziali, perché quello è il termine più appropriato e la Shoah non è stata una follia, ma una pianificazione meticolosa e scientifica per applicare criteri industriali all'uccisione di un popolo”.

Il presidente emerito della Corte Costituzionale, Giovani Maria Flick, ha auspicato di “trasformare il ricordo in radice ed identità e trasmetterlo alle giovani generazioni per evitare che si perda con la morte degli ultimi reduci dei campi di sterminio”.

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