Chiunque abbia pensieri, parole, immagini o altri frammenti della vita di Babbo che voglia condividere a rinforzo di queste pagine da lui create, può inviarli al suo indirizzo email (che ora leggo io), o direttamente a francesco.scialpi@gmail.com.
Grazie, Francesco


... ciao bà ...

domenica 1 maggio 2011

Concorso di pittura: “San Giorgio nella espressione dell’arte”

Mi sono sempre chiesto con quali criteri si sceglie il nome per una persona cara, per un figlio in particolare. A parte la tradizione, molto spesso la scelta è dettata da ciò che il nome preferito o di maggior gradimento rappresenta. A volte chiamiamo i figli col nome del nonno, una tradizione che è permane insistentemente. In principio era cosa buona, specialmente se il nonno era persona perbene, di riferimento affettivo e dotato di attenzioni particolari. Il problema è che questo si ripete con tutti i figli e ripetendosi viene vanificata la possibilità della unicità o della continuità. Forse può andar bene una volta, ma non tante volte quanti sono i figli e magari i nipoti. I genitori, in genere, operano allo stesso modo quando devono scegliere una persona per battezzare o cresimare un figlio; così pure i giovani sposi, Insomma possiamo affermare che nomina sunt conseguentia rerum, per dirla in una lingua che comprende molte motivazioni di scelta, sia interna (riferimento alla persona) che esterna (qualità della persona) e oggettiva in quanto le cose stanno così.
Allo stesso modo una comunità sceglie un nome di martire a cui affidare la propria devozione e protezione. In genere i santi scelti a protezione sono martiri, ma anche guerrieri, a diverso titolo naturalmente; sono degli uomini esemplari per la loro vita vissuta e si vuole che la loro luce rimanga sempre accesa ad illuminare coloro che vengono e verranno. Quando ci riferiamo alla nazione, allora si vuole che quel protettore incarni un ideale che rimanga eterno e guidi la gente, proprio come accade quando incontriamo la giusta persona che ci accompagna e ci aiuta nella vita, dandoci sicurezza e progresso.
Mi piace pensare che l’Inghilterra abbia San Giorgio come Patron Saint. Mai accostamento è stato così giusto, e, per inciso, non si potrebbe dire diversamente dall’Italia che ha scelto il suo San Francesco. I motivi sono tanti, sia storici che di identità, come pure di carattere. La storia ci ha insegnato che l’evoluzione del popolo inglese è fondata sulla sofferenza, sulla sopportazione; sofferenza e sopportazione che hanno dato origine ad una struttura mentale forte e determinata. Oltre 1200 anni di invasioni, di saccheggi, di innesti di civiltà e di lingue hanno dato origine al popolo inglese i cui cittadini amano chiamarsi great Britons. L’accostamento col termine agricoltore (significato greco di Giorgio) ci sta in buona parte, se è vero che l’agire di un solo uomo si ritrova nell’agire complessivo di una famiglia e di una comunità, fino a venirne caratterizzata del tutto. Tanti popoli hanno conquistato e sottomesso l’Inghilterra, ma tanta è stata la stratificazione culturale e linguistica che ha prodotto un agire in divenire, una ricerca continua della superiorità e una lingua che appare la sintesi di tante lingue moderne e che, al tempo stesso, è la madre del pensiero contemporaneo, della ricerca, della inarrestabile tecnologia. Tutto nasce e viene studiato in inglese, mentre l’inglese permane, e ne coglie l’essenza, in ciascuna delle lingue avanzate del mondo classico e moderno: latino, greco, francese, italiano, tedesco, ed altro.
Come si fa a non accostare lo spirito di rivalsa del popolo inglese con quella di un uomo che lotta con la forza e convince con l’esempio gli altri. Forza e saggezza vanno sempre insieme, dovrebbero andare insieme , per realizzare la bellezza della esistenza. Esiste un agire collettivo e un agire individuale: entrambi producono la civiltà. La modernità di SG è tutta nella sua forza dirompente e moderna di essere guerriero della legalità, della giustizia, dei deboli, cioè, nell’accostamento che molti giovani dovrebbero trovare in lui. C’è necessità oggi di riferirsi ad un protettore guerriero e intelligente; c’è necessità oggi di essere sempre in guardia e di difendersi dal male diffuso e presente ovunque, ma ci dovrebbe essere anche la necessità di essere in grado di potersi avvicinare ad esempi di vita come quello che abbiamo scelto a nostro protettore. Non si sceglie una persona solo perché ci piace, è la scelta più stupida, si sceglie una persona per essere simile, per avvicinarsi ad essa, per imitarla, per crescere insieme e attrarre altre persone. L’uomo non è una ciliegia, che raccogli e usi in sequenza di una tira l’altra; l’uomo è una entità irripetibile nella sua collettività, un universo, un mondo che tutti dovrebbero conoscere, imitare se utile, utilizzare per arricchire il patrimonio sociale e umano: la grande creazione di Dio.
I Santi sono uomini, almeno lo sono stati, ed hanno rappresentato la diversità forte e invalicabile per molti aspetti e diversi tipi di azione. Rimane vivo in noi il desiderio di ascoltarli continuamente, ma vivo deve pure essere la capacità di imitazione. Ciò che caratterizza i tempi sono le persone, quelle buone e di riferimento, quelle che hanno prodotto progresso ed esempio di vita per tutti, quelli che ci hanno permesso di continuare il cammino interrotto per la presenza del male; quelli che il loro modo di pensare o di agire rimane attuale ancora nel presente. I grandi uomini non muoiono mai e per fortuna rimangono ad esempio eterno.
Oggi è un giorno particolare per aver portato agli onori degli altari uno dei personaggi, ancora vivo nella nostra memoria mentre le sue parole continuano a spalancare le porte a Dio, che ha caratterizzato il secolo ventesimo e la nostra vita. Quel sabato, 2 aprile 2005, il tempo aveva fermato per sempre la voce possente del Papa polacco, almeno non l’avremmo più sentita in diretta, mentre già si levava nella piazza la voce vigorosa del mondo per la sua eternità. ” Cavaliere di dio e dell’uomo, guerriero indomabile e gladiatore del male in ogni arena del mondo al punto da sentirti al suo fianco, da condividere tutto, da incitarlo a continuare perché questo mondo, pur privo di nazismo e di comunismo feroce, rimane colmo di dittature, regimi autoritari, fondamentalismi, terrorismo e tanti altri mali che producono vittime, tante e più dei mali precedenti.”

Ma San Giorgio è venerato in 21 comuni italiani (tra cui Genova, Ferrara, Campobasso, Reggo Calabria), due nazioni portano il suo nome, tanti i nomi di chiese e cattedrali e tanti personaggi illustri hanno portato il nome di Giorgio. È considerato il patrono dei cavalieri, degli armaioli, dei soldati, degli scouts, degli schermitori, della Cavalleria, degli arcieri; inoltre è invocato contro la peste, la lebbra e la sifilide, i serpenti velenosi, le malattie della testa, e particolarmente nei paesi alle pendici del Vesuvio, contro le eruzioni del vulcano. Vari Ordini cavallereschi portano il suo nome e i suoi simboli, fra i più conosciuti l’Ordine di S. Giorgio, detto “della Giarrettiera”;
La figura di San Giorgio, originario della Cappadocia, appare davvero transnazionale e trans religiosa (l’agiografia islamica lo definisce profeta). Può essere invocato inoltre dagli ammalati di lebbra, di peste o di malattie veneree. Ma c’è anche da ricordare un ruolo politico e militare di S. Giorgio. Nella Legenda Aurea si narra anche che i crociati nel 1099, giunti davanti a Gerusalemme, “ebbero una visione di San Giorgio vestito di una bianca armatura, che impugnava una croce. Il simbolo di San Giorgio, la croce rossa regolare, appare all’interno della bandiera inglese. Come si fa non riferirsi a questo protettore?!

Giorgio, figlio di Geronzio e Policronia che lo educarono cristianamente; da adulto divenne tribuno dell’armata dell’imperatore di Persia, ma per alcune recensioni si tratta dell’armata di Diocleziano (243-313) imperatore dei romani, il quale con l’editto del 303, prese a perseguitare i cristiani in tutto l’impero.
La leggenda del drago comparve molti secoli dopo nel Medioevo, quando la sua figura fu fissata come cavaliere eroico, che tanto ha influenzato l’ispirazione figurativa degli artisti successivi e la fantasia popolare. Essa narra che nella città di Silene in Libia, vi era un grande stagno, in cui si nascondeva un drago. I poveri abitanti gli offrivano per placarlo, due pecore al giorno e quando queste cominciarono a scarseggiare, offrirono una pecora e un giovane tirato a sorte. Un giorno fu estratta la giovane figlia del re, il quale terrorizzato dovette cedere e la giovane fanciulla piangente si avviò verso il grande stagno.
Passò proprio in quel frangente il giovane cavaliere Giorgio, il quale saputo dell’imminente sacrificio, tranquillizzò la principessa, promettendole il suo intervento per salvarla e quando il drago uscì dalle acque, sprizzando fuoco e fumo pestifero dalle narici, Giorgio non si spaventò, salì a cavallo e affrontandolo lo trafisse con la sua lancia, ferendolo e facendolo cadere a terra.
Poi disse alla fanciulla di non avere paura e di avvolgere la sua cintura al collo del drago; una volta fatto ciò, il drago prese a seguirla docilmente come un cagnolino, verso la città. Gli abitanti erano atterriti nel vedere il drago avvicinarsi, ma Giorgio li rassicurò dicendo che era stato mandato da Dio per liberarli dal mostro. Dopo la sua uccisione, il re e la popolazione si convertirono al cristianesimo.
La leggenda era sorta al tempo delle Crociate e narra, inoltre, che il cavaliere abbia colto la rosa nata dal sangue del drago sconfitto, per farne dono alla principessa appena salvata.
Simbolo di Cristo che sconfigge il male; altri vedono nella uccisione del drago la sconfitta dell’Islam, mentre Riccardo Cuor di Leone (1157-1199) invocò san Giorgio come protettore di tutti i combattenti; nel 1348, re Edoardo III istituì il celebre grido di battaglia “Saint George for England”, istituendo l’Ordine dei Cavalieri di San Giorgio o della Giarrettiera.
Il bene, dopo strenua lotta, vince sempre il male e salva il debole, e la persona saggia, nelle scelte fondamentali della vita, non si lascia mai ingannare dalle apparenze, ma libera sempre la propria anima di accrescere la propria sapienza.

Artisti presenti in galleria:
Il sorriso pianta un seme che germoglia nel buio.

Bicchierri Cataldo e Capuzzimati Angelo: nella loro semplicità riescono a esprimere l’atteggiamento di lotta del Santo contro il male. Gradevole l’espressione e le linee del cavallo che sprigiona forza aggiunta.

Caso Evangelina: in forma naif riesce ad esprime già bene la lotta contro il drago e la difesa della principessa. Bello, nel complesso, la scenografia, anche se urta un poco con la prospettiva, ma rimane stimabile la voglia di partecipazione.

Diversa la pittura di Chiovara Rosanna che scuote la scena con i suoi tratti impressionistici. Olio su tela che si avvicina al pastello per la sua tenuità e diffonde un senso di freschezza e di certezza contro la difficoltà.

Curci Sandro ci offre tratti più definiti e immagini veritiere. La corazza del Santo richiama già la visione (manca la croce) eroica del Santo e la sua vicinanza alla epopea crociata. Una opera suggestiva nel complesso che merita la giusta considerazione in virtù della sua proporzione, dei colori e della stessa espressione coraggiosa del cavallo che rimane parte integrante della scena.

Gallo Maria ritrae un particolare che pochi hanno evidenziato nella storia del santo, cioè il fatto che il nome Giorgio deriva dal greco georgos che significa agricoltore. Questa volta non è il drago protagonista, ma il frutto del lavoro nei campi e la fertilità di madre terra. Nel lavoro occorre la forza, ma anche la passione e la creatività per divenire e per ricordare che l’uomo tiene in prova il dono della vita con la ricerca. Chi non ricorda la saggezza degli antichi agricoltori. Tenui i colori, vivi e quasi naturali come i beni che la terra produce. La sua rimane pittura gentile e raffinata.

Greco Mino ha riprodotto una pala d’altare. Il mostro è proprio un simbolo del male, dipinto con colori forti e tetri. In questa opera si evidenzia un forte fervore religioso che pone il santo nella gloria e sovrasta tutta la scena che effonde il male evidente e la difesa della persona.

Lisi Letizia ci ripropone il suo blu sfumato che illumina ed evidenzia l’immediatezza dell’azione con tratti precisi e determinati che sviluppano un impressionismo definito e preciso. Una opera delicata che suscita immediata ammirazione per la luce che il colore conferisce alla scena.

Latorre Michele e Cataldo Montemurro ci riportano alla espressione semplice, ma sentita e con vigorosa espressione del drago che emerge fortemente quasi a voler intimare la paura per la sua esistenza. Il male, lentamente, riesce sempre ad impadronirsi di noi, quando siamo distratti e sbadati.

Nitti Franco: gradevole la grafica che delinea un movimento delle immagini molto significativo e in armonia con i movimenti. In questa opera si evince la capacità interpretativa della vita del Santo attraverso la stessa tecnica pittorica che da sola conferisce comprensione altra.

Nocera Franco ritrae il santo secondo una sua personale convinzione e visione. Forse vuole ritrarlo nella sua terra d’origine, la Cappadocia, parte della odierna Turchia, visti gli abiti che indossa. Rimane stimabile l’impegno della partecipazione che conferisce distinzione.

Piccoli Cataldo Anche in questa opera prevale il senso forte religioso. La volontà interiore esprime al meglio il suo desiderio: vincere il male servendosi anche di un cavallo guerriero come il suo cavaliere. La testa del drago è molto evidenziata dalla rabbia e dalla furia. Aldo imprime anche un poco della sua esperienza militare in questa esposizione. Va bene, visto che il Santo protegge anche i soldati.

Palmisano Caterina utilizza il rosso per esternare tutta la sua ira e ostilità contro il male che appare bianco, ma è già mimetizzato nel rosso del sangue che attesta la vittoria e farà poi nascere una rosa che sarà donata alla principessa salvata. Colori forti, di contrasto come il bianco e il nero, il bene e il male.

Rosaria Rosselli e Ruggiero Maria riescono ad esprimere apprezzabili espressioni della vita del Santo secondo una loro interpretazione di fede. Nei loro lavori traspare serenità e chiarezza di colori.

Speciale Oronzo ci dona i suoi colori forti e decisamente espressivi. Un lavoro bello nel complesso per effetto delle sue proporzioni, della sua luminosità, nonostante lo scuro della roccia, e della espressione delle figure.

Soloperto Pina ci offre uno spaccato iconografico di pregevole fattura. Evidenzia pienamente lo spirito eroico del Santo e lo fa accostando colori vivi e naturali. Lavoro ad olio di impatto, pulito e di preciso riferimento. Le linee sono determinate e svolgono bene il messaggio interiore dell’artista.

Vendola Maria Rosaria ci offre un quasi bassorilievo che appare impresso su una lamina di rame, in realtà si tratta di tempera all’uovo su tavola. Tecnica diversa, ma che conferisce alla collettiva il valore della diversità della tecnica artistica, a dimostrazione del fatto che ognuno può esprimere il proprio pensiero in qualsiasi modo, purché sia una idea costruttiva e a favore del miglioramento della vita di ognuno.

Sono presenti in galleria artisti che hanno presentato delle opere a tema libero. Essi sono: Amati Adriana, Boezio Filomena, Castaldo Anna Maria, Castrovilli Eusapia, D’Auria Sebastiano, Diciolla Elena, Fiore Doriana, Grano Salvatore, Ida Luzzi, Lazzarini Tiziana, Mannara Lina e Santoro Vincenzo.

Circolo socio-culturale “Lino Agnini” - San Giorgio J. 01.05.2011

1 commento:

Achille M ha detto...

Amo cercare immagini naif su web.
Ho trovato due suoi quadri di un naif assolutamente originale.
Arabeggiante o quantomento Mediterraneo.
Ma sono solo due. Ho visto alle sue spalle,nell'incontro fotografato nel suo sito, dei quadri bellissimi.
Li pubblichi su internet.La produzione di bellezza è un dono di Dio. Quindi per tutti.
Quando Bach - il grandissimo Bach - scriveva qualcuno dei suoi meravigliosi pezzi, li segnava- alla
fine - con tre lettere. Erano le iniziali di tre parole: ''per la Gloria di Dio''.

grazie e buona fortuna.