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... ciao bà ...

giovedì 10 febbraio 2011

10 febbraio: Giorno del ricordo dell’eccidio delle foibe

L'uomo, quando si ferma a riflettere sulle azioni del suo passato, ma anche sugli atteggiamenti che spesso assume nei confronti degli altri, forse riesce a rendersi conto della sua cattiveria e del suo correre verso la demolizione del suo simile. Ieri la shoa, oggi le foibe, domani i morti ammazzati per mafia. Viene da chiedersi: “Ma che uomo è questo? Da dove trae tanta forza distruttrice e perchè si accanisce così terribilmente contro il proprio simile.” Ognuno si aspetta un vivere positivo, di progresso personale e non solo, invece occorre fare i conti, molto spesso ormai, con storiacce di cronaca che ti levano il fiato e riescono a farti pensare persino agli eccidi ed alle pulizie etniche con maggiore frequenza.

Rimangono tante domande altre, ma quella sulla intolleranza e sulla ricerca affannosa della prevaricazione, ti lascia davvero esterrefatto, inorridito e senza la forza di cercare una spiegazione altra, nemmeno la più semplice spiegazione, nonostante appare evidente la difficoltà intellettuale, la sapienza stessa che alberga altrove: rimane solo la forza di attaccare, di uccidere, di abusare andando a creare ulteriori danni sociali e umani, individuali e collettivi. Ognuno si sente di essere il dominatore del mondo che, a sua volta, è dominato da coloro che vivono in silenzio, da coloro che aiutano i bisognosi, da coloro che preparano quelli che ci succederanno. C'è tanta speranza nel legislatore che fa appello alla riflessione, alla considerazione di quanto danno è stato compiuto all’altro fratello, ma soprattutto di quanto se ne potrebbe evitare.

Stiamo ricordando l'eccidio delle foibe, risultato, anche questo, di odio razziale, di intolleranza, come tanti altri, mentre abbiamo bisogno di essere più tolleranti e più solidali. In questi giorni abbiamo avviato le procedure per far sostenere il test di conoscenza della lingua italiana per il permesso di lungo soggiorno agli immigrati. Non ho parole per esprimere quanta tenerezza era spalmata sui volti di quelle prime persone che sono accorse, timorose e impaurite, a dimostrare che stanno imparando la lingua italiana, che stanno conoscendo la nostra terra, che stanno imparando a rispettare le leggi della nostra nazione... che stanno iniziando a divenire nostri concittadini. La visione di quelle persone mi ha conferito un senso di nuova gioia di vivere, ma anche di un amore che è ricchezza, solo e soltanto ricchezza per una nazione che pur ha bisogno di quelle persone, come di tante altre, e che abbiamo il dovere di aiutare, comunque. Mi ha colpito la candidata premurosa, poi quella paurosa, e quella timida e quella felice di vedere la istituzione scolastica in suo soccorso; mi ha colpito una coppia di anziani che parlavano e distribuivano amore per la vita e dedizione agli altri: una sorta di Bauci e Filemone: sono entrati e usciti insieme senza parlare e con rispetto…

Ma come si fa a non tendere una mano amica a persone che non sono venute per aggredire i nostri costumi o infoltire le bande della malavita, della prostituzione e della perversa sessualità, ma per aiutarci avendo scelto di continuare a vivere tra noi e con noi e scegliendo anche di migliorarsi. Certo altri vanno controllati e invitati a togliere il disturbo, in un modo o nell'altro, ma secondo giustizia e rispetto di tutti.

Le foibe! Le foibe sono degli inghiottitoi di origine carsica dove furono gettati migliaia di cittadini italiani di Istria, Venezia Giulia e Dalmazia durante e subito dopo la seconda guerra mondiale da parte dell’esercito popolare di liberazione jugoslavo. Si parla di un numero che va da 15 alle 30 mila persone, una sorta di pulizia etnica. Per capire la questione non bisogna essere influenzati dalle tesi di parte, quella fascista e quella comunista, ma cercare di capirne i motivi e con essi l’agire degli uomini.

Quante persone uccise e gettate in quelle buche, o semplicemente gettate a morire soltanto perchè dovevano essere eliminate. Il paradiso passa solo attraverso le nostre coscienze pulite e la nostra capacità di rispettare l'altro. Nelle foibe venivano gettati cadaveri di persone, militari e civili. In alcuni casi, venivano gettate persone ferite o ancora in vita. Sebbene quest'ultima modalità di esecuzione fosse solo uno dei modi con cui venivano uccise le vittime dei partigiani del regime, nella cultura popolare divenne il metodo di esecuzione per eccellenza ed un simbolo del massacro. Come tanti altri esempi si ripetono a livello individuale. L’eccidio delle foibe rappresenta l’epilogo di una secolare lotta per il predominio sull’Adriatico orientale, conteso dalle popolazioni slave (croate, slovene e serbe) e italiane.

Come non pensare a quei fatti di cronaca nera della contemporaneità che vedono, proprio nei pozzi, inadeguata sepoltura per esseri innocenti; come non pensare a quelle case di cartone che si possono trasfore in forni crematori.

Furono poche le persone che riuscirono a salvarsi risalendo dalle foibe, tra questi Graziano Udovisi, che ha raccontato la tragica esperienza a storici e/o emittenti televisive per la conoscenza di tutti.
« … dopo giorni di dura prigionia, durante i quali fummo spesso selvaggiamente percossi e patimmo la fame, una mattina, prima dell'alba, sentii uno dei nostri aguzzini dire agli altri "facciamo presto, perché si parte subito". Infatti poco dopo fummo condotti in sei, legati insieme con un unico filo di ferro, oltre a quello che ci teneva avvinte le mani dietro la schiena, in direzione di Arsia. Indossavamo i soli pantaloni e ai piedi avevamo solo le calze. Un chilometro di cammino e ci fermammo ai piedi di una collinetta dove, mediante un filo di ferro, ci fu appeso alle mani legate un masso di almeno 20 k. Fummo sospinti verso l'orlo di una foiba, la cui gola si apriva paurosamente nera. Uno di noi, mezzo istupidito per le sevizie subite, si gettò urlando nel vuoto, di propria iniziativa. Un partigiano allora, in piedi col mitra puntato su di una roccia laterale, c'impose di seguirne l'esempio. Poiché non mi muovevo, mi sparò contro. Ma a questo punto accadde il prodigio: il proiettile anziché ferirmi spezzò il filo di ferro che teneva legata la pietra, cosicché, quando mi gettai nella foiba, il masso era rotolato lontano da me. La cavità aveva una larghezza di circa 10 m. e una profondità di 15 sino alla superficie dell'acqua che stagnava sul fondo. Cadendo non toccai fondo e tornato a galla potei nascondermi sotto una roccia. Subito dopo vidi precipitare altri quattro compagni colpiti da raffiche di mitra e percepii le parole "un'altra volta li butteremo di qua, è più comodo", pronunciate da uno degli assassini. Poco dopo fu gettata nella cavità una bomba che scoppiò sott'acqua schiacciandomi con la pressione dell'aria contro la roccia. Verso sera riuscii ad arrampicarmi per la parete scoscesa e guadagnare la campagna, dove rimasi per quattro giorni e quattro notti consecutive, celato in una buca. Tornato nascostamente al mio paese, per tema di ricadere nelle grinfie dei miei persecutori, fuggii a Pola. E solo allora potei dire di essere veramente salvo.»

Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in occasione della giornata del Ricordo, ha detto: «... già nello scatenarsi della prima ondata di cieca violenza in quelle terre, nell'autunno del 1943, si intrecciarono "giustizialismo sommario e tumultuoso, parossismo nazionalista, rivalse sociali e un disegno di sradicamento" della presenza italiana da quella che era, e cessò di essere, la Venezia Giulia. Vi fu dunque un moto di odio e di furia sanguinaria, e un disegno annessionistico slavo, che prevalse innanzitutto nel Trattato di pace del 1947, e che assunse i sinistri contorni di una "pulizia etnica".» e ancora: “«... va ricordato l'imperdonabile orrore contro l'umanità costituito dalle foibe (...) e va ricordata (...) la "congiura del silenzio", "la fase meno drammatica ma ancor più amara e demoralizzante dell'oblio". Anche di quella non dobbiamo tacere, assumendoci la responsabilità dell'aver negato, o teso a ignorare, la verità per pregiudiziali ideologiche e cecità politica, e dell'averla rimossa per calcoli diplomatici e convenienze internazionali.»

Le cause di questo eccidio (la nota che segue vuole solo essere una sintesi storica di informazione generale) sono da ricercare nella contrapposizione nazionale ed etnica fra sloveni e croati da una parte e italiani dall'altra, causata dall'imporsi del concetto di nazionalità; dagli opposti irredentismi, per cui i territori mistilingue della Dalmazia e dell'allora Litorale austriaco dovevano appartenere, in esclusiva, all'uno o all'altro ambito nazionale, e quindi all'uno o all'altro stato; dalle conseguenze della prima guerra mondiale, con una fortissima battaglia diplomatica per la definizione dei confini fra il Regno d'Italia e il neonato Regno dei Serbi, Croati e Sloveni e le conseguenti tensioni etniche, che portarono a disordini locali e compressioni delle rispettive minoranze fin dal primo dopoguerra; dal ventennio fascista; dalla seconda guerra mondiale, che conobbe nel teatro jugoslavo-balcanico uno dei fronti più complessi e violenti.
“Il movente politico fu l’annessione della Venezia Giulia alla Iugoslavia e l'avvento di un governo comunista per cui fu abituale l'equazione: italiano = fascista.
Tale lotta si inserisce all'interno di un fenomeno più ampio che fu legato all'affermarsi degli Stati nazionali in territori etnicamente misti, con decine di milioni di persone coinvolte nei conseguenti processi di assimilazione od emigrazione forzata, che provocarono milioni di vittime. Basta ricordare il Genocidio Armeno, il drammatico scambio di popolazioni tra Grecia e Turchia e l'esodo dei tedeschi dall'Europa orientale.
Con la rivoluzione francese e la conseguente delegittimazione del potere monarchico, gli Stati trovarono la loro legittimità nel concetto di popolo, inteso come una comunità cementata da una comunanza di razza, religione, lingua, cultura ed avente quindi il diritto a formare il proprio Stato. Man mano che le singole popolazioni si identificavano in specifiche nazioni, si vennero a creare diverse occasioni di conflitto, come ad esempio quando una nazione rivendicava territori abitati da propri connazionali e posti al di fuori dei confini del proprio Stato, oppure quando specifiche minoranze etniche cercavano la secessione da uno Stato, sia per formare una nazione indipendente, sia per unirsi a quella che consideravano la nazione madre. Una terza fonte di conflitto fu provocata dal tentativo, da parte di molte nazioni, di assimilare od espellere le minoranze etniche dal proprio Stato, considerandole realtà estranee o un pericolo per la propria integrità territoriale”.

Un invito alla riflessione, a parte la breve nota storica che vuole solo suscitare la curiosità di conoscere meglio la storia recente della nostra nazione, non soltanto in quanto stiamo celebrando il 150 della UniItalia, ma per una maggiore consapevolezza di quanto hanno vissuto le generazioni che ci ha preceduto ed evitare, almeno cercare, di ricadere negli stessi errori e ripetere gli stessi orrori. La ricerca ultriore è lasciata alla libertà di ognuno.

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