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sabato 13 febbraio 2010

La sempre attuale questione morale

Platone guardava all’esempio del pitagorico Archita da Taranto

L’agire dell’uomo si fonda su pochi principi: morale ed etica. Per la definizione, sia pure parziale, di questi valori (che non sono i soli necessari per vivere correttamente) necessitano altre virtù, come la istruzione e il riguardo per l’uomo.

La generazione del dopo guerra ha tratto il massimo insegnamento dai nefasti giorni di non democrazia e, ancor prima, di mancanza di unità nazionale. Sempre, la politica ha dovuto fare i conti con la morale, e quindi con l’etica, per avviare la riconsiderazione dell’uomo in termini di società e di nazionalità. I giovani del dopo guerra hanno capito bene la lezione del passato e, quando è stato possibile, in molti (poi in tanti) hanno raggiunto il massimo grado di istruzione conferendo esaltazione alla democrazia nel momento in cui il figlio dell’operaio diventava dottore. Quella esaltazione è durata poco, forse alcuni anni, al massimo un decennio, durante i quali la società andava arricchendosi di laureati e quindi avviava il progresso degli anni a venire.

Oggi quel sistema non regge più: segno evidente di una contrazione dell’agire secondo giusta causa e di una diffusa degradazione dei sistemi che non vedono più nella qualità il loro motivo di esistere, ma fanno della quantità un punto di arrivo per mire personali e per occupazione impropria di posti dirigenziali, in genere, per non parlare del globalizzante business.

Quella generazione del dopo guerra (per usare una metafora) conserva ancora oggi, e più evidente di prima, il senso forte di un insegnamento basato sulla morale e sull’etica e non si ha timore a definirla patrimonio spirituale autentico di una nazione in un momento in cui continuo è lo sfilacciamento in molti ambiti della vita pubblica.

Va dato plauso a quella esperienza normativa contro i fannulloni, e come, ma si ha difficoltà a correlarsi con altri istituti che operano secondo una loro normativa, una loro etica e un loro personale modo di agire e di essere poco correlati con le altre realtà. Si tratta di una rivoluzione morale della pubblica amministrazione, ma rimangono forti dubbi sulla autenticità del reclutamento di quelle persone per le quali mai deve insistere il senso del caporalato, ma solo e soltanto il senso del servizio, per il quale necessitano onestà, preparazione e dirittura morale. Non si è mai sicuri che agendo per bene si abbiano i risultati desiderati e si compia la felicità sociale dell’uomo. La morale, è scritto, è sempre la stessa, non si modifica a seconda del suo essere applicata alla sfera pubblica o alla sfera privata. Ma la morale tiene sempre conto dell'oggetto, della realtà a cui si applica, la morale deve tenere conto della ragione e delle necessità dell’uomo, proprio come in politica.

Platone, nell’antica Grecia, durante la restaurazione democratica, ritenne opportuno fondare l’unità politica sulla saggezza e sul sapere. Non guardò alla nascente forza macedone, ma alla fiorente politica di Taranto con il pitagorico Archita e a Siracusa con il tiranno Dionisio, che cercò invano di convertire alla democrazia.

Politica e filosofia non possono non coincidere per rendere l’anima più virtuosa. Il pensiero, costruttore di ragionevolezze, coincidendo con l’anima, rende la persona e il cittadino una stessa cosa. Città-stato, ma anche uomo-stato, per cui si pensa possibile che solo attraverso un ritorno alla pratica della morale si possa esercitare una politica che non sia alla mercé di un qualsiasi imprevisto, di qualsiasi inganno, di qualsiasi tremore delle borse nel mondo e in casa propria, di un articolato e subdolo bond azionario.

Quando non ci sono denari, si può benissimo non spendere, attendere, oppure fare parsimonia e soprattutto adeguarsi senza reagire per sostituirsi allo Stato, ma ancor di più prendere consapevolezza degli sperperi del passato, della comune appartenenza del denaro pubblico e riordinare l’economia; quando il cittadino paga le tasse, in maniera sempre più esosa, occorre però che siano spesi adeguatamente, giustamente, correttamente per dare al cittadino ciò di cui ha bisogno. La irrisolutezza vanifica qualsiasi sforzo economico del semplice cittadino! Non è sostenibile il non risolvere i problemi della gente, il degrado della percorribilità, l’obsolescenza di un certo agire, il crollo o il trasferimento della produzione e del lavoro a vantaggio delle nuove professionalità imprenditoriali ammiccanti e invitanti che vanno a demolire il sistema stesso della democrazia, assieme al fragile uomo, e ai sacrifici di coloro che ci hanno preceduto, facendo persino crollare (questa volta al contrario) la stessa persona ritenuta, un tempo, valida e saggia.

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