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venerdì 1 gennaio 2010

Facciamo spesso un uso improprio dei valori di uomini guida

In questi giorni stiamo assistendo a rifacimenti di emozioni passate che, con molta difficoltà, riusciamo a comprendere, persino a capire per poterne giustificare la presenza, se non l’importunità di contaminare il vero. Questa impressione, che impressione non è, probabilmente ha altre origini ed altre motivazioni che possono identificarsi in quella che possiamo definire la necessità di creare spettacolo, oppure di arginare le assenze ormai insostituibili di personaggi che hanno fatto la storia e abbellito la nostra vita, forse anche il voler inserire volti nuovi nel panorama esistenziale moderno che sembra andare a determinare una precisa volontà di creare ulteriori compartimenti stagno nella già articolata società italiana. Il risultato che emerge è quello di una società depauperata del suo creativo percorso naturale con conseguenti risultati di stravolgimenti personali e sociali.

Non so se si possa pensare che questa tendenza stia causando la distruzione di vecchie icone o che il tempo stesso le stia scalfendo e quindi rendendo meno interessanti, meno attraenti, meno moderne. La modernità è sempre passata attraverso la innovazione, comunque l’utilizzo libero e razionale delle esperienze passate, Questi tempi moderni vedono una caduta della ispirazione, un declino della creatività, un utilizzo non sempre regolare della più grande invenzione di tutti i tempi: la informazione scritta e visiva, per cui sembra di stare ad assistere a continue ricerche di volti diversi, di voci più o meno attraenti, di personaggi che vengono proposti e quindi imposti quali opinion maker, di politici (diciamolo pure senza particolarismi) assurti al comando per volontà precisa del capo; sul fronte sociale si assiste a legittimazioni improprie (qualche sentenza in qualche regione esiste), magari solo perché graziate dal tempo dell’inganno o dell’errore premeditato, di figure quadro nelle istituzioni: quasi una sorta di delegittimazione latente che rende difficile e forse insostenibile la stessa definizione delle cose.

Non si vuole evidenziare le difficoltà per sostenere il male, ma per organizzare il bene ed è quindi pensabile che di fronte a tante inesattezze sociali, vengano compiute azioni inusitate, impossibili, irrealizzabili, eppure vere, in grado di eliminare quelle persone di servizio. Sarebbe opportuno chiedere responsabilità, invece si inaspriscono le norme sulla sicurezza, sulla privacy, sulla discrezionalità: termini di forte carico valoriale che, invece, molto spesso si svuotano nei personalismi e nelle congetture interpretative personali, per non parlare del forte peso della incompetenza, ahinoi, già preventivata abbondantemente dall’intero sistema operativo.

Rimane quindi forte la convinzione che non sarà facile mai sostituire la voce del grande Luciano, l’afflato umano del Papa polacco, il giornalismo parlato dei grandi direttori, le riflessioni politiche di come andare a ripensare le cose alla luce della modernità, la canzone melodica pop che ci ha accompagnato in questi decenni di ascesa e di declino, con voci che erano parte integrante della stessa composizione musicale, non show popolare di piazza o piano bar. Ognuno può interpretare chiunque, ma senza ostentare il profumo dell’affare, e poi è meglio non fare niente se non si possiede la ispirazione, specialmente quando si è consapevoli del valore creativo di una persona che non deve offrire parti insolite di se. Ogni cosa innovativa nasce solo e soltanto quando è spontanea e naturale, il resto è rifacimento, routine, passatempo.

Non so se abbiamo il dovere di evidenziare questi cambiamenti, senza alcuna possibilità di schieramento se non quello della obiettività responsabile, di certo stiamo perdendo l’entusiasmo della notizia, l’interesse all’ascolto, lo stupore di fronte alla creatività; quando la società si spoglia di queste opportunità, si avverte un senso di denudamento impotente generale che ci sottrae il senso del divenire e la certezza di un percorso in quanto inseriti in un labirinto dove tutti girano e nessuno ne esce mai presto.

Questo anno ci ha spesse volte immessi in labirinti con complicati percorsi di uscita, la speranza che ognuno faccia tesoro delle esperienze è cosa necessaria e utile per il bene di tutti, visto che ognuno può essere artefice del divenire più luminoso e di un domani che sia preludio del giorno dopo. Che il 2010 sia un anno dell’uomo singolo.

"Corriere del Giorno"

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