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lunedì 5 gennaio 2009

Mariastella Gelmini: una riforma necessaria
Subito i voti in decimi, il voto in condotta e l’insegnamento di Cittadinanza e Costituzione

In tempo di crisi è giusto che si ricominci a rivedere l’organizzazione delle istituzioni e della vita civile della popolazione. Le crisi sono momenti terminali di una disagio organizzato, o meglio di una organizzazione poco adeguata alla contemporaneità. Può anche succedere che interventi diffusi e differenziati nel tempo non raggiungano gli obiettivi desiderati e quindi giunge il momento in cui è necessaria una rivisitazione generalizzata. Si comprende bene la difficoltà che un intervento regolarizzante comporta, ma si capisce comunque meno la reazione e la diffusa mobilitazione in nome di una non discussa riforma. Occorre sottolineare che non si tratta di riforma, ma di adeguamento alla spesa pubblica e, di conseguenza, della necessità di poter arginare una difficoltà esistenziale della gente e della istituzione scolastica, ormai impossibilitata a riconquistare il primato della formazione.

In Italia si riesce difficilmente ad organizzare il nuovo senza distruggere materialmente quanto è stato costruito con il sacrificio dei cittadini, ma se solo si avesse il quadro generale dell’andamento della società, dei risultati di una istituzione, delle risultanze del vivere di ogni singolo cittadino, allora credo che saremmo meno radicali e maggiormente disposti alla condivisione di scelte non soltanto necessarie, ma dovute.

Qualche volta occorre possedere il senso della obiettività per riuscire prima a capire la necessità di un intervento e poi la sperimentazione dello stesso per poter proseguire in maniera più corretta.

Certo la scuola non è paragonabile ad certe altre istituzioni che sono rette da lobby, da ordini professionali e da caste politiche, la scuola è un donnone sulla quale tutti riescono a trovare posto e dove coabitano le più diverse intelligenze e capacità. Il pachiderma della istruzione riesce, è riuscito, fino a questo momento, a trasportare tutti ricevendo molto poco in cambio. Nessuno si è accorto che i tempi erano maturi per una istruzione regolata sulla profonda trasformazione della società.

Nel luglio scorso il decreto ministeriale per le graduatorie del personale ausiliario ha previsto il diploma di qualifica per essere inseriti nella graduatoria degli incarichi e supplenze dei collaboratori scolastici. Questo non è cosa da poco se si pensa che migliaia di persone hanno dovuto rinunciare a questo tipo di lavoro che fino a poco tempo fa riusciva ad arruolare gente di ogni tipo. Non si può sottacere il fatto che oggi non è più semplice come prima svolgere l’attività di bidello, per cui si può liberamente affermare che nel giro di poco tempo questa categoria di lavoratori sarà certamente più preparata e meglio rappresenterà la scuola. Chi pensava che i bidelli erano l’ultima ruota del carro adesso deve ricredersi radicalmente. Le professioni si evolvono!

Ma io voglio cercare di offrire una visione più allargata del problema, partendo dalla necessità che il legislatore ha avuto per legiferare nella direzione che ormai tutti conosciamo. Premetto che la mia identità di pensiero è estremamente moderata e che la stessa è supportata da variegate e differenziate esperienze vissute e dalle quali emerge questa mia convinzione, che rimane personale, ma che prevede la osservanza scrupolosa della norma, mentre l’utilizzo della abilità consiste nell’adeguamento migliore della stessa ai lavoratori ed ai risultati: la qualità del servizio.

La riforma della Pubblica Amministrazione, ritenuta peraltro essere ancora in via sperimentale (altrimenti questi adeguamenti non sarebbero possibili), ha come obiettivo principale l’avvicinamento delle istituzioni alla gente.

L’art. 31 della legge 15 marzo 1997 e il successivo Decreto del Presidente della Repubblica 8 marzo 1999, n. 275 – Regolamento recante norme in materia di autonomia delle istituzioni scolastiche, ai sensi dell’art. 21 della legge 15 marzo 1997, n. 59, coniugano il decentramento dei poteri e delle funzioni sulla base del principio di sussidiarietà, che stabilisce l’ordine delle competenze nella società e le responsabilità tra le rispettive componenti, affermando, com’è noto, che quanto i livelli inferiori di governo e le relative comunità possono fare da sé non può essere assunto o avocato dal livello superiore e imponendo altresì a quest’ultimo di erogare ai livelli cui vengono riconosciute specifiche competenze e responsabilità le risorse necessarie per adempiere alle loro funzioni. Il principio di sussidiarietà stabilisce pertanto che è il centro a dover essere strumentale alla periferia, e non viceversa, realizzandosi così un processo a doppio binario; da una parte il trasferimento dei poteri e delle competenze dal Ministero della Pubblica Istruzione al sistema scolastico nazionale e alle singole istituzioni nelle quali esso si articola; dall’altra il decentramento dallo Stato alle Regioni e agli Enti Locali.

L’obiettivo è l’ottenimento del miglior risultato del servizio e la migliore efficienza dello stesso.

Diamo adesso una occhiata ai motivi che, sempre secondo me, hanno ispirato il Decreto Legislativo Gelmini. Per prima cosa la situazione economica nazionale; il decreto è strettamente legato alla finanziaria. Poi i risultati educativi che OCSE e PISA ci propinano continuamente per cui sembriamo gli ultimi della classe europea. Secondo me questi sono dei motivi, ma non sono quelli importanti. Quelli importanti sono la realtà stessa dei risultati e del divenire dei nostri giovani all’interno di una società che è andata, essa stessa, sfilacciandosi ed ha creato da una parte una sacca di impreparati o di preparati sul nulla, dall’altra la nascita di tante sperimentazioni, anche universitarie, che non hanno portato da nessuna parte. Si è soltanto dato fiato ai numeri, alle clientele ed alle false necessità. Corsi universitari che potrebbero essere sostituiti da un solo esame opzionale!

La società civile ha una grande colpa in questo, colpa che è difficile arginare se noi non siamo in grado di farlo proteggendo noi stessi. Se c’è un genitore, e ce ne sono, sicuramente riconoscerà il vivere difficile dei propri figli, il loro rincorrere falsi miti, la corsa in banca per fornire loro la motocicletta o l’automobile, il rientro a casa al mattino, gli ingressi in discoteca, la partecipazione a gruppi strani di compagnie, le discoteche, i pub, i club privè…..ma insomma, queste non sono classi, qui non ci sono docenti, ma sono realtà che hanno preso il sopravvento, lasciandoci senza persone per effetto delle fragili personalità che cercano l’alibi della giustificazione nella scuola inadeguata.

I ragazzi non studiano più, non vogliono essere interrogati, non comprano i libri, traducono, molto spesso, i buoni libro in cellulari, vanno a scuola senza penna, senza fogli per il compito in classe. Provate ad entrare in certe classi del superiore; il bagaglio unico è rappresentato dal cellulare, mentre l’interesse principale comune è quello di conoscere l’occasione nuova del divertimento o del passatempo serale per poi contare, al mattino dopo, i caduti. Molti genitori non sanno che cosa fanno i figli, dove vanno, con chi vanno e poi… la politica, la agognata cultura, le associazioni, la chiesa che appaiono inermi di fronte a certi problemi.

Analizzando il dettato legislativo viene da immaginare un possibile filo rosso che lega un provvedimento all’altro. Certo la norma è sempre il risultato di una riflessione, la conseguenza di una necessità e allora mi sembra giusto che la cittadinanza e costituzione intervengano come materie di studio a supporto del divenire homo civicus. Provate a chiedere ai giovani che cosa è l’ente locale, come si vota, come si formano i governi, come si attiva una legge, come chiedere un diritto qualsiasi. Provate, io non riesco a rispondere! Ma occorre tenere bene in mente che i tempi sono veloci per cui siamo già alle prese con la difficoltà di vita se solo non sappiamo usare un computer, se solo non conosciamo il mercato, se solo non sappiamo guidare, ancor meno se non riusciamo a rispettare l’altra persona.

Tutto questo ci obbliga ad esercitare con prestigio il ruolo educativo e morale per i nostri cittadini, mantenendo e riappropriandoci di quell’alto riferimento morale che rimane tipico della professione docente, ma va compresa la enorme difficoltà dell’agire educativo di oggi che rimane vincolato ai tanti problemi della vita, alle sue innovazioni, alle continue sollecitazioni che provengono da altre esperienze, da altre civiltà, da altre educazioni, dal cambio epocale in sé. Tutto questo dovrebbe riguardare la ricerca della qualità della vita e il rispetto del docente, sia in termini umani che di giusta remunerazione.

Qualcuno dice che “il voto numerico, come il voto in condotta, presentati come strumento di chiarezza e di lotta al bullismo, eludono da un lato i problemi della valutazione, che è fatto formativo per eccellenza e non fatto classificatorio e sanzionatorio, dall’altro i problemi della “gestione colta e competente” della difficoltà della preadolescenza, di per sé età di crisi, e in particolare della preadolescenza del nostro tempo, sempre più smarrita e bisognosa di relazione all’altezza delle sue complessità.” Personalmente ritengo che il ritorno al voto determini chiarezza di valutazione e comprensione generale. Ricordo i vecchi giudizi. Inizialmente tutti alle prese con la creatività, poi, subito dopo, tutti con elenchi interminabili dai quali si attingeva quello che meglio si adattava a questo o quell’alunno, a questo o a quel candidato. Mancando poi abilità e capacità di scrittura la questione diveniva quasi ridicola. Dall’altro lato i genitori riuscivano a capire molto poco di quanto era scritto nei giudizi globali. Il bello è che, col passare del tempo, quei giudizi si sono trasferiti anche alla scuola superiore e in certi particolari concorsi. Credo che occorrerà molta attenzione e obiettività nell’esprime un voto in decimi, sapendo che la promozione arriva con il sei e non con il mediocre, quasi sufficiente, accettabile, globalmente probabile, ecc

Analogamente il voto in condotta può determinare la ripresa della responsabilità e l’acquisizione persa della propria azione comportamentale. E’ vero che il mondo degli adolescenti è difficile, ma è vero anche che questi non sanno più distinguere quello che è giusto da quello che è sbagliato, quello che è possibile da quello che non è possibile fare. Ricordate quelli che avevano ucciso una coetanea che cosa dissero alla polizia: “Adesso che abbiamo confessato, possiamo andare a casa?” Il guaio è che i problemi e le difficoltà si sono estese ai più adulti per cui rimane difficile riuscire a recuperare il senso della responsabilità e della partecipazione.


Angelo Scialpi

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