“Rimani qui - fu detto a Ulisse - e avrai il dono grande della immortalità!” Ulisse rispose: “Ci sono altri doni più grandi della immortalità: il nascere, il morire e, in mezzo, il vivere da uomini!”Abbiamo ascoltato, ci siamo compiaciuti, ci siamo perfino emozionati nel seguire il percorso di vita dell’uomo che, prima bambino, poi adulto e quindi improvvisamente vecchio e forse saggio, lo ritroviamo tra le stelle che appaiono essere la sola cosa eterna. Ovvio, non è quantificabile, tanto meno calcolabile il tempo necessario per passare da una condizione all’altra, cioè dalla opportunità di nascere alla soddisfazione di aver transitato nel mondo materiale per trovare posto nel mondo sensibile e quindi nella eternità. La capacità è una condizione, la abilità è dettata dalla esperienza, ma la saggezza non appartiene soltanto alla capacità ed alla esperienza, e forse nemmeno alla età anziana e tanto meno al tempo. La saggezza è un forziere di vita che compare con noi e ci accompagna, fardello leggero o pesante, per poter analizzare, dedurre e tenere in serbo per affrontare altre difficoltà. La saggezza non è scienza, ma è ricerca continua, nel nostro caso dovrebbe essere esempio di vita, consapevoli che la parola espressa in questa sede non appartiene soltanto a noi, non rimane qui, ma sarà unione paradigmatica nella continuità del divenire.
1. Qualcuno dice che sono questi momenti che avviano quello stato di debolezza dello spirito della persona e che portano ad una sorta di allontanamento dal dialogo, quindi dal confronto e dalla soluzione del problema. Ecco, il problema! Non stiamo parlando di un incidente, di un fallimento, di un male improvviso, stiamo parlando, perchè a quello ci stiamo riferendo, del cedimento dello spirito, della partecipazione, del dialogo, della costruzione della vita. Possono certi eventi portare al crollo dei sentimenti, degli affetti, della fiducia, della gioia per la vita? Se la risposta fosse positiva, quali effetti potrebbe avere sulla tenuta fisica della persona quella forza che tiene saldo il nostro cuore e che potrebbe minare persino il sistema immunitario fino rendere il corpo esanime? I vecchi invocano il ricordo perché è la forza vitale della continuità e rendono la morte meno pesante. Quanto più la vita è stata intensa e vissuta nel pericolo, tanto più il ricordo è pressante. Mio nonno non perdeva mai l’occasione per parlarmi delle sue avventure belliche, delle difficoltà, delle privazioni vissute durante il primo conflitto mondiale. Non ripeteva mai gli stessi eventi e questo a riprova che l’intensità delle azioni conta molto più della lunghezza della vita temporale per cui ricordare il passato più lontano potrebbe voler costruire consapevolmente il futuro altro. Anche nel corpo ci sono delle cellule che vivono dopo la morte clinica per cui è possibile ridare vita ad altri con l’espianto, perché l’energia rimane viva e la coscienza è l’ultima a morire. L’interrogativo è inquietante! Giunge prima la morte o inizia prima la vita? Ma la morte e la vita possono essere la stessa cosa? La tua morte, come la tua vita, dipendono da altre persone, o meglio sono correlate al comportamento altrui? Da bambino mi hanno insegnato a credere nel paradiso e vivere di buone azioni per poterlo raggiungere dopo la morte; in verità lo si conquista giorno dopo giorno. Per la maggioranza delle religioni cristiane, si crede che il Paradiso sia un luogo trascendentale in cui l’anima, unita al corpo alla fine dei tempi, trascorrerà l’eternità in continua contemplazione di Dio. L’inferno, il limbo e il purgatorio costituiscono invece i luoghi a cui sono condannate le anime non pure. Presso l’Induismo (ma già presso i Celti), ed altre religioni orientali, si crede nella reincarnazione per cui la morte rappresenta un passaggio naturale (tanto quanto la nascita) tramite il quale l’anima abbandona un corpo vecchio per abitarne uno nuovo, fino all’estinzione del karma ed alla conseguente liberazione definitiva. L’idea del dualismo tra spirito e fisico raggiunse i più alti livelli in Tibet, dove il Dalai Lama continua ancora oggi ad essere l’esempio vivente della reincarnazione. Ai nostri giorni, i due terzi dell’umanità crede nella reincarnazione, nella trasmigrazione dell’anima, ritenendo la morte una tappa evolutiva preparata durante tutta la vita. Per questo motivo l’idea della morte viene affrontata con minor struggimento interiore. Anche il trattamento dei resti mortali dipende dalle tradizioni. Per coloro i quali la terra e il fuoco sono sacri, essi vengono lasciati a decomporsi su alte postazioni.
2. Vita e morte ci impongono interrogativi inquietanti che ci portiamo appresso da sempre. Grazie allo sviluppo del pensiero, della filosofia e della religione abbiamo potuto dare qualche risposta plausibile, ma certamente non attinente alla verità. La vita e la morte hanno sviluppato in noi un rapporto difficile in quanto, per quanto riguarda la vita, non abbiamo fatto buon uso delle conquiste intellettuali, ma le abbiamo usate seguendo delle scelte individuali.; per quanto riguarda la morte c’è da dire che siamo stati, e siamo, generosi con tutti. Se la morte ci fa paura occorrerebbe meditare e capire la vita. Non possiamo predicare il rispetto della vita se non ne abbiamo un corretto concetto. A prescindere dai percorsi iniziatici, bisognerebbe “semplicemente” lasciare che la vita ci parli, si manifesti senza incappare nella nostra limitazione d’auto inganno che confonde le modestie e le grandi sofferenze della commedia umana; commedia in cui il possesso, il potere, l’avere hanno sempre contribuito ad ingannare noi stessi, fino a deformare le nostre capacità intellettive e finire affogati nel giudizio supremo. Perdere il giusto senso della vita significa perdersi nel mondo che ci ha accolto, come accade quando non riusciamo a capire le tragedie che ci investono e i comportamenti che subiamo. Non sembri inopportuno ricordare che i grandi pensatori e i grandi creatori hanno dovuto urtare il proprio tempo, o meglio le credenze del proprio tempo e finirne travolti Mai il contesto storico e ambientale ha permesso di comprendere le diversità costruttive di certe persone, ma le ha schiacciate per poi venerarle per sempre evidenziando la non verità del momento e la brevità di certa immaginazione al comando. E’ quello che accade oggi quando qualcuno riesce ad esprimere una opinione. Scattano meccanismi infernali di gente che capace non è, di gente che autentica non è, di gente che è ormai protetta da sistemi validi per creare timori, ma non rispetto per l’uomo. Occorrerebbe trarre profitto da certe riflessioni più avanzate, (in questo l’esperienza rivelatrice è maestra) perché provenienti dalla scienza della narrazione, senza ricorrere all’offensiva evidenziando dettati che non appartengono alla common law, ma alla codificazione interessata. “L’atto creativo che un uomo può compiere è quello di dare un senso alla sua vita, nel senso di conferire all’uomo la grande opportunità che ha venendo al mondo. Questa possibilità è la nostra unica occasione. Niente e nessuno può dare o togliere senso alla nostra vita se siamo noi che glielo diamo liberamente, diversamente non resta che raccogliere quello esterno a noi, che altri hanno elaborato attraverso credenze e religioni. Solo le divinità potevano dare il senso della vita e all’uomo non rimaneva che adeguare il proprio pensiero a quello imposto dagli altri perdendo i legittimi poteri.” Dando senso a sé stesso, l’uomo da senso al mondo intero. Il senso della vita è legato al concetto di forza, di bellezza e di sapienza, come si auspica all’inizio e si conferma alla fine di ogni lavoro. Quanto nel lavoro viene appreso deve rimanere nei nostri cuori affinché si possa aggiungere al pre-esistente e poi al tutto per continuare a costruire la verità e quindi la eternità., per confortare il concetto del rafforzamento dello spirito e della tenuta della energia vitale, la vera trasmettitrice e depositaria delle nostre azioni, nella convinzione che la sua persistenza sia fonte di benessere e di miglioramento della vita stessa.
3. Da bambini vogliamo tutto quello che vediamo; da adolescenti giochiamo ad essere adulti, imitandoli; da adulti pensiamo di vivere la normalità, ci sforziamo di farlo, ci sentiamo maturi quando abbiamo realizzato di vivere secondo certi principi, ma fino a quando non scopriamo l’espressione divina ed eterna della sapienza. La sapienza è quella forza interiore specifica di una esortazione, di un pensiero che coinvolge e si diffonde in altre campi dell’ispirazione. La sapienza è la diversità per molti; la verità per il mondo! Le persone sagge sono dei maestri che ci indicano il percorso illimitato del divenire dell’uomo, reso fecondo e bello dalla loro ispirazione. Senza il loro passaggio terreno non avremmo mai potuto segnare le tappe di un possibile avvicinamento al Grande Maestro del creato ed alla perennità. Molti casi di depressione, affermano gli esperti, si producono quando la gente si rende conto che la vita non ha senso, forse anche quando viene meno l’energia, o quando la persona viene sopraffatta da altre energie del male; condizione confortata e sostenuta dalla complessità dei tempi moderni. La modernità può comportare dei crolli dell’uomo e generare delle forme di inadeguatezza a sopportare l’evoluzione dei tempi, per cui debolezze, semplicità, convincimenti, buonismo, prodigalità ed eccesso di fiducia possono creare delle sacche di popolazione in difficoltà, forte difficoltà, una quasi non vita. Ma “la vita, anche nei momenti peggiori, mai manca di senso”, il problema è che a farla da padrone, proprio in questi casi, sono i beni materiali e i facili costumi, per cui è chiaro che la morte ci trovi del tutto soccombenti. Quando la morte ci tocca da vicino, la nostra anima non sta più al gioco: chiede il conto. Il fragile castello di carta che le nostre paure avevano eretto si dimostra del tutto insufficiente a colmare l’immenso senso di vuoto che ci sommerge. “Sono terra e cenere, eppure lasciami parlare. Vedi, è alla tua misericordia, e non a un uomo che sorriderebbe di me, ch’io parlo. Forse sorridi anche tu di me, ma ti volgerai e avrai misericordia di me. Non voglio dire, se non questo: che ignoro donde venni qui, a questa, come chiamarla, vita mortale o morte vitale. Lo ignoro, ma mi accolsero i conforti delle tue misericordie” (Sant’Agostino) Platone affermava che occorre tendere alla verità con la stessa forza dell’amore che lega due persone. L’uomo e la vita sono i due primi innamorati. Per Platone vale il concetto di bontà e bellezza. Tutto ciò che è bello (“calos”) è anche vero e buono (“agathos”), e viceversa. Perciò, la bellezza delle idee che attira l’amore intellettuale, è anche il bene dell’uomo. Il fine della vita umana diventa la visione delle idee e la contemplazione del Grande Dio dell’universo. Da ciò deriva il disprezzo del filosofo per il corpo. Platone più volte nei dialoghi gioca con l’assonanza di parole “sèma”/”sòma”, ossia “cadavere/corpo”. Credo che il rivelato, dedicando la sua esistenza alla ricerca del divenire del senso della vita, debba svolgere un ruolo determinante nella evoluzione del pensiero e del modo di vivere: partecipare la propria elevazione spirituale per continuare il cammino verso Dio e portarsi dietro quanti cadono, giocano, imitano e creano il male. La morte, allora, non sarà stata vana se continuerà ad esaltare la vita. Aristotele si chiedeva che cosa cadesse più velocemente: un filo d’erba o un sasso. Chiunque poteva e può osservare che un sasso cade più velocemente. Un convincimento durato secoli! Ma se noi eliminiamo la resistenza dell’aria e le asperità della superficie ruvida, chiunque può verificare che il filo d’erba cade con la stessa velocità del sasso e il moto, sul piano orizzontale, è continuo e uniforme, a meno che non interviene una forza per porlo allo stato di quiete. Quella forza si chiama libero arbitrio, la resistenza forza del male, l’attrito la forza negativa a permettere il compimento del bene. Questo è il senso della morte: ti porta in cielo! Con il termine “cielo” s’intendeva quella che al tempo era la frontiera del mondo conosciuto: collocare le idee nell’iper-uranio significava porle in una dimensione diversa da quella del mondo sensibile. .. ma è l’eternità!Angelo Scialpi



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